E se uscissimo dall’Euro?

Riportiamo un resoconto del dibattito sul libro “Cosa succede se usciamo dall’euro?”, tenutosi a Salerno il 26 gennaio 2019 presso lo spazio “SellaLab”. Hanno partecipato Carlo Stagnaro (curatore del volume), il giornalista Udo Gümpel, Pasquale Sessa presidente di Confindustria Giovani Salerno e Vincenzo Villani di Banca Sella, tutti moderati da Antonluca Cuoco. Per ascoltare la registrazione: https://www.radioradicale.it/scheda/564565/presentazione-del-libro-a-cura-di-carlo-stagnaro-cosa-succede-se-usciamo-dalleuro

“L’uscita dell’Italia dall’Euro – ha affermato Antonluca Cuoco – sarebbe un’ipotesi terribile”. Dietro questa posizione c’è, a suo avviso, un’analisi sbagliata circa le cause del declino nazionale. “Se noi abbiamo problemi, la moneta che abbiamo in tasca non c’entra nulla. Anzi, grazie all’Euro abbiamo un’àncora per i nostri risparmi e un’autostrada per accedere ai mercati. I problemi vengono da tasse, burocrazia e giustizia che non funzionano. Se avessimo la lira, non ci ritroveremmo in un parco giochi dove si pianificano investimenti e si attraggono investitori. Tutt’altro. Pigliamo il Venezuela: ha una moneta sovrana, ma non sono in grado di dire a quale tasso d’inflazione è arrivata. Quella argentina è un’altra vicenda che dovrebbe fare da monito”. Cuoco ha messo in rilievo anche gli effetti positivi dell’euro sulle imprese – forzate a competere sul piano dell’innovazione e della qualità – e sui governanti, che non possono più barare al gioco ricorrendo alle svalutazioni competitive.

Vincenzo Villani ha espresso concetti simili. “Uscire dall’Euro, per il nostro Paese, potrebbe avere effetti nefasti. Io incontro imprese, start-up, imprenditori, talenti che vogliono intraprendere. Loro vivono una situazione vantaggiosa perché possono contare su un mercato libero, su una stabilità che permette di fare progetti a medio e lungo periodo e su un’unica moneta che permette scambi veloci. L’Euro è un grande successo per i Paesi che ne fanno parte, e deve essere visto come un’opportunità”. Pasquale Sessa – da imprenditore – ha sottolineato che “negli ultimi anni, soprattutto dal 2008 a oggi, nonostante la crisi, l’Italia ha subito una metamorfosi, che è quella delle esportazioni. E ciò è accaduto anche grazie all’Euro”.

Udo mpel ha citato alcune statistiche che definiscono il profilo dell’elettorato tedesco: “Il tipico amico dell’Euro, che non vota in nessun modo i populisti, è una donna, giovane, istruita, che vive in una grande città. Invece, l’elettore tipo dell’AfD vive nelle regioni ex comuniste, che dal comunismo hanno ereditato l’odio verso la meritocrazia, l’imprenditorialità, la competizione. Tre parole che fanno venire i brividi a tutti gli statalisti. La concorrenza, per loro, è sempre sleale. Questo elettorato si concentra nelle regioni dell’est che oggi vivono un depauperamento, una fuga di industrie, proprio per mancanza di giovani istruiti che possano lavorare in fabbrica, in quelle aziende moderne”. Gümpel ha ricordato che i populisti tedeschi sono nati proprio contro l’Italia, vista come un Paese sprecone e inattendibile. Per l’elettore di AfD è un modo per individuare un responsabile. “È una persona tra i 40 e i 50 anni, ha un livello di istruzione inferiore – non bassissimo, ma inferiore alla media tedesca – e non vive nessuna prospettiva di avanzamento sociale. E quindi cerca – questo è psicologicamente comprensibile – un colpevole. Allora, se il colpevole non può essere il vicino, può esserlo una situazione: sono gli italiani nell’Euro, che impediscono la spesa pubblica in Germania”. Paradossalmente gli anti-Euro dei paesi del nord lo sono per ragioni opposte a quelle addotte dai sovranisti nostrani.

Dal canto suo Carlo Stagnaro ha spiegato l’ostilità contro la moneta unica (che comunque appare minoritaria persino da noi). A suo giudizio, queste posizioni hanno il vantaggio di tutte le spiegazioni semplici, che alimentano speranze e individuano una sola causa delle proprie sventure, rimossa la quale tutto si risolverebbe con un colpo di bacchetta magica. “Le dinamiche economiche sono dinamiche complesse, nell’ambito delle quali succedono tante cose contemporaneamente e dove c’è sempre la tentazione di pensare che se una cosa succede dopo un’altra, allora è causata da quello che accade prima. E quindi poiché l’economia italiana è stata colpita da una crisi profonda, è facile trovare un capro espiatorio: è colpa dell’Euro. Bisogna spiegare che l’euro non è la causa della recessione e della crisi, ma che le cause sono made in Italy”.

I pronunciamenti anti-Euro, spesso pieni di illogicità e contraddizioni, sono sbagliati anche sul piano politico, perché un ritorno alla Lira (verosimilmente allo scopo di svalutare) non premierebbe né le aziende esportatrici né i settori sociali a reddito fisso. “Se svaluti – ha affermato Stagnaro – non dai un reale vantaggio a quelli che in teoria ne dovrebbero beneficiare, e vai a indebolire il potere d’acquisto di tutti gli altri: persone a reddito fisso, dipendenti, pensionati e quelle imprese che non vivono di esportazioni, ma che hanno nei loro processi produttivi beni d’importazione (il più banale è il carburante per gli spostamenti)”. Chi esporta “ti guarda come un matto se gli dici che la soluzione è uscire dall’Euro”, tanto più che la presenza nell’Euro e la partecipazione all’Unione Europea ci hanno consentito non solo di crescere con le esportazioni ma anche di integrare le nostre imprese nelle catene del valore globale. “Quando voi comprate un’auto tedesca state comprando per metà un’auto fatta in Italia, perché buona parte della componentistica proviene dal nostro Paese”. Stagnaro si è anche soffermato sulla credibilità dell’Italia come partner affidabile. “Se anche fosse vero che i tedeschi sono cattivi e che hanno creato l’Euro per maltrattarci, allora razionalmente noi dovremmo andare in Europa a cercare di costruire alleanze con altri che hanno interessi convergenti coi nostri”. Se invece si va in Europa a chiedere di condividere i rischi finanziari – ma facendo capire di voler aumentare il debito – alimentiamo i pregiudizi che, a torto o a ragione, gravano sull’Italia, soprattutto da parte degli anti-Euro degli Stati virtuosi, che il nostro attuale governo considera come alleati. “Se noi ci mettiamo a strepitare, urlare, rovesciare i tavoli negoziali perché diciamo che vogliamo fare la bella vita, siamo l’alibi dei tedeschi cattivi e diventiamo il peggior nemico dei tedeschi buoni. Quando prendiamo queste posizioni, siamo la caricatura di noi stessi. E paghiamo un prezzo salato: tassi d’interesse più alti sul debito pubblico vogliono dire tasse più alte (magari non nell’immediato ma nel medio termine) o taglio alle spese. L’altra conseguenza è che paghiamo più caro l’accesso al credito: le famiglie pagano più caro il mutuo per la casa e soprattutto le imprese pagano più caro il finanziamento degli investimenti di cui hanno bisogno. Più urliamo, più strepitiamo, più dimostriamo di prendere sul serio questa discussione sull’uscita dall’Euro, più rendiamo difficile investire e innovare. In qualche maniera, ci buttiamo da soli in una sorta di spirale della morte. Quindi, il senso di questo libro è cercare di dire davvero ‘cosa succederebbe se…’. Ma è anche di dire: ora che l’abbiamo capito, parliamo di cose serie”.

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